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giovani tromboni
mercoledì 17 Dicembre 2003


L'ultimo bauduardo
Non tutti si sono accorti che nello stesso giorno del Signore in cui Carlo e Azeglio si sono messi finalmente d'accordo e hanno respinto al mittente il mefitico malloppo catodico, su RaiTre sua santità Pippo Baudo - che già aveva blandamente ripescato Daniele Luttazzi dal suo esilio - ha sottoposto al voto di un (come usa dire lui) parterre di giornalisti una rosa di trasmissioni televisive selezionate per lustro, nel senso di quinquennio. Nella lista finale spiccavano in sequenza Samarcanda di Michele Santoro e Il fatto di Enzo Biagi, che si è aggiudicato alla fine il titolo di trasmissione del secolo (mezzo). Un messaggio corporativo da parte dei giornalisti, una manifestazione di indipendenza da parte di Baudo, o come per la vox populi di Bonolis un segnale di saturazione rispetto agli effetti del regimetto?
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Gli altri
Vivere a Roma può essere un privilegio o una dannazione, a seconda dei giorni. Certe domeniche d'ottobre è senza dubbio un privilegio. Si parcheggia nei pressi di una delle numerose ville patrizie divenute comunali, i polmoni verdi della città, perle ubertose di una collana infilata nei secoli (immaginifico, beccati questa), e riportato il cavallo dei pantaloni al giusto livello con gesto maschio ci si incammina accolti dal cinguettare dell'upupa e dell'aquila nana. O dai soliti piccioni, a seconda della stagione.

Si mangia una pizzetta sotto la statua dell'eroe sudamericano, quello del secolo diciannovesimo che la Bolivia ce l'ha nel nome e non sulla lapide, si sorbisce dalla bottiglia acqua minerale sui pendii ove un tempo giovani scapestrati mescevano idrocarburi per farsi novelli tedofori tra ali festanti di folla in grigioverde. Poi si tenta di prendere un caffé nel posticino trendy che fa da pendant alla galleria di arte degenerata, ma l'ascensore ti porta solo sopra al piano galleria d'arte o sotto al piano cessi e cucine, non c'è modo di fermarsi al piano bar. Manco fosse un piano tredicesimo, eliso per vezzo apotropaico.
Così si rimanda a dopo, pronti ad assaporare la passeggiata nel parco.

Tagliando per un sentiero, si viene tallonati da un ansimare inquietante, fino a quando non opera il sorpasso un tipo/tipa con triplo cappuccio tuta-kway-tuta sopra a un doppio cappelletto da baseball e a grandi occhiali scuri: una rockstar che vuol fare jogging in incognito o un comune squilibrato? Dall'abbigliamento non è dato cogliere la differenza.

Finalmente, lungo un vialetto, un piccolo padiglione in muratura sembra poter corrispondere il necessario apporto quotidiano di caffeina. Entrando, nonostante la giornata luminosa, si fatica qualche secondo per adeguarsi alla penombra: poi scorgiamo sulla sinistra un signore anziano alla cassa, che quando paghiamo i caffé si gira tra le mani il foglio da cinque euro nemmeno lo vedesse per la prima volta in vita sua.

Dietro al bancone, in gilé, un giovane invecchiato dalla pelle diafana sotto la quale si percepisce il ramificarsi delle vene verdine. Le mani sono di un rosa ustionato. Ci guarda quasi spaventato, prende la comanda e sparisce tremante dietro alla grande macchina del caffé espresso, che comincia a caricare. Dal retro sbuca quasi subito una signora di età indefinibile, severa testa quadrata e grembiule verde abbottonato fino al colletto bianco, che sibila al giovane una cosa tipo "Ecco! L'hai fatto un'altra volta! Come devo fare con te?" "Ma io..." "Te l'avevo detto! Lascia fare a me, lascia fare a me".

Beviamo i caffé con un filo di preoccupazione, osservati in pratica dai domestici di "The others". Quando usciamo, mi ricordo di come quel padiglione l'avessi visto sempre in abbandono, pieno di rampicanti e con le finestre come orbite vuote. Non ho osato voltarmi, per timore di ritrovarlo ancora così. Su un muro poco distante, però, leggo un'anacronistica scritta a carboncino: "EVVIVA GIANNI MORANDI!", che mi fa rabbrividire. Un respiro profondo, e decido di non seguire fantasie assurde ma godermi appieno l'aria del parco.

Quando arriviamo alla terrazza panoramica ho una sensazione di dilatazione estrema del tempo, che mi fa pensare all'effetto opposto causato durante la settimana dai ritmi lavorativi. Poi guardo l'orologio e penso che il sole sta tramontando un po' presto. E invece no, è il mio orologio ad essere inspiegabilmente indietro di mezz'ora: poco prima andava ed era preciso, attribuisco la cosa alla pila scarica eppure nei mesi successivi non ha più perso un secondo. Forse per mezz'ora ha semplicemente misurato qualcos'altro.

Questa è una storia vera, con la sola eccezione dell'upupa e dell'aquila.
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