giovani tromboni
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giovani tromboni
lunedì 24 maggio 2004


Tempismo
In calce al post precedente, da notare l'infelice scelta dei tempi fatta dall'Istituto Europeo di Design per la sua campagna pubblicitaria "Usa meglio la tua testa". Che sfiga.
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Siamo così
Come credo tutti, certe cose viste recentemente nei telegiornali (e non sono certo andato a cercare maggiori dettagli in internet) mi hanno colpito allo stomaco, causandomi letteralmente la nausea e qualche difficoltà a prender sonno. Ho cercato di capire cosa mi avesse tanto sconvolto pur non avendo assistito alle scene più truculente. Mi sono fissato su un particolare, un movimento di pochi fotogrammi, come un piccolo cedimento delle spalle che rivela la disperazione del poveraccio seduto per terra mentre il fanatico dietro declama qualcosa. Ho capito che l'istintivamente inaccettabile non è tanto il modo, ma l'uccisione in sé: uccisione a sangue freddo, di una persona inerme e cosciente di quel che l'aspetta.

Mi sono ricordato di qualcosa letto su un libro di Barthes, a proposito del punctum delle immagini, inteso all'incirca come ciò che ci colpisce, al di fuori della lettura razionale (lo studium):
Nel 1865, il giovane Lewis Payne tentò di assassinare il segretario di Stato americano W.H.Seward. Alexander Gardner lo fotografò nella sua cella; egli sta aspettando la propria impiccagione. La foto è bella, il giovane anche: è lo studium. Ma il punctum è: sta per morire. Io leggo nello stesso tempo: questo sarà e questo è stato; osservo con orrore un futuro anteriore di cui la morte è la posta in gioco.

(Roland Barthes, La camera chiara - Nota sulla fotografia. Einaudi 1980)

Poi ho fatto mente locale su quel che non vedo in tv, e che mi causerebbe ogni volta lo stesso senso di nausea perché precisamente gli stessi sono gli ingredienti: ciò che succede innumerevoli volte nei paesi dove vige ancora la pena di morte, i più sanguinari dei quali non sono considerati esattamente stati canaglia: l'Arabia Saudita, dove ancora cala la mannaia, la Cina, dove si può avere una pallottola nella nuca per corruzione, gli Stati Uniti, dove quello sconforto di chi va a morire può essere dilatato giorno per giorno per dieci o venti anni. Esempi superficiali di ciò che mi colpisce attraverso la parola scritta. Ecco, se potessimo guardare in faccia ciascun condannato steso sul lettino in attesa della civilissima iniezione letale, il punctum andrebbe di nuovo dritto allo stomaco.

Per chi rimescola nel torbido parlando di vizietto islamico e proclamandosi antropologicamente superiore, per chi rivendica la radice cattolica dell'Europa, propongo per concludere un piccolo esercizio di memoria, non così lontano nel tempo e nello spazio, che arriva fino alla cattolicissima Roma addì 24 novembre 1868 per Monti Giuseppe e Tognetti Gaetano. Ma più in generale, nel regno d'Italia e poi nella repubblica ci sono state esecuzioni fino al 1947, e solo nel 1994 è stata abolita la pena capitale "in tempo di guerra".

E' la storia di Gio. Battista Bugatti, meglio noto come Mastro Titta.
Le sue memorie (scaricabili in rtf o in txt), probabilmente apocrife ma basate sui suoi taccuini, ci raccontano come si viveva ma soprattutto si moriva qua dietro l'angolo nemmeno un paio di secoli fa. In calce allo scritto un elenco sul chi, come e perché del 516 suppliziati a cura del Bugatti. Da leggersi con calma.
Gli altri confortatori in ginocchio recitavano ad alta voce il Pater noster e l’Ave Maria e il Gentilucci rispondeva. Ma appena ebbe pronunziato l’ultimo Amen, con un colpo magistrale lo lanciai nel vuoto e gli saltai sulle spalle, strangolandolo perfettamente e facendo eseguire alla salma del paziente parecchie eleganti piroette.
La folla restò ammirata dal contegno severo, coraggioso e forte di Nicola Gentilucci, non meno che della veramente straordinaria destrezza con cui avevo compiuto quella prima esecuzione.
Staccato il cadavere, gli spiccai innanzitutto la testa dal busto e infilzata sulla punta d’una lancia la rizzai sulla sommità del patibolo. Quindi con un accetta gli spaccai il petto e l’addome, divisi il corpo in quattro parti, con franchezza e precisione, come avrebbe potuto fare il più esperto macellaio, li appesi in mostra intorno al patibolo, dando prova così di un sangue freddo veramente eccezionale e quale si richiedeva a un esecutore, perché le sue giustizie riuscissero per davvero esemplari.
Avevo allora diciassette anni compiti, e l’animo mio non provò emozione alcuna. Ho sempre creduto che chi pecca deve espiare; e mi è sempre sembrato conforme ai dettami della ragione ed ai criteri della giustizia, che chi uccide debba essere ucciso.

[...]

L’esecuzione ebbe luogo a Ponte e non offrì nessuno incidente notevole. Parevano proprio nati per il patibolo. Vi si avviarono colla massima indifferenza. Mentre io ne impiccavo uno gli altri assistevano quali spettatori senza batter ciglio. Si sarebbe detto che non fosse cosa che li riguardasse. Quando li ebbi strangolati tutti, dovetti, coll’aiuto del solo mio garzone, distaccarli tutti dalle forche. Quindi incominciò la carneficina. Il palco sembrava trasformato in una bottega da macellaro. Terminata anche questa operazione e deposte le teste e le braccia nella canestra, accendemmo la pira all’uopo innalzata e vi bruciammo i resti sanguinolenti del Lucarelli e del De Angelis. I vapori che si sviluppavano da quel carname in combustione si sollevavano biancastri e diffondevano una puzza nauseabonda.
A rizzare le teste e le braccia su porta Angelica, però dovemmo aspettar la notte, perché l’autorità pensava essere troppo pericoloso il farlo presente la folla.
All’albeggiare del giorno seguente i burrini che entravano da Porta Angelica, vedendo il truce spettacolo di quelle teste recise ed infisse alla sommità, livide e contratte, erano presi da un senso di terrore, e molti tornavano indietro fuggendo, quasi avessero paura di dover fare la fine medesima.
Risaputasi invece la cosa in città, fu un accorrere di gente infinita. In breve tutte le bettole dei dintorni riboccavano di curiosi, che vi traevano ilari, giocondi e contenti, come se si trattasse di assistere ad una festa.

[...]

Si istruì procedimento anche contro di lui, il quale di fronte alle prove irrefutabili che lo accusavano si rese confesso, e lo si condannò alla forca ed allo squartamento, ch’io operai due mesi più tardi, esponendo la testa spiccata dal busto e le braccia alla porta San Sebastiano. Ma l’interesse era già esaurito dall’antecedente esecuzione e questa passò quasi inosservata.

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