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giovani tromboni
è un ossimoro apparente che ho trovato in un vecchio scritto di Italo Calvino,
rimanendone conquistato. Io un po' mi ci riconosco (mi dà il destro
per sentenziare), ciascuno poi ci si specchi
quanto crede.
Grazie a Google, ho poi scoperto che la definizione appariva già in una lettera
di Mario Luzi a Giorgio Caproni. Correva l'anno 1959.
P.S. leggo ora, con colpevole ritardo, che nel 1994 Tommaso Labranca invitava a trasformarsi in Giovani Salmoni (Andy Warhol Era Un Coatto - Castelvecchi),
andando contro la corrente del consenso collettivo. Non c'è un collegamento diretto coi giovani tromboni, ma una bella assonanza certo sì.
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sabato 12 giugno 2004
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Dichiarazione pre-voto (riflessioni sulla tazza) Si scrive qua, citando il direttorone:
"Non è meglio valutare quel che si dice, anche nel dissenso, invece che il perché lo si dica?"
che in altre parole coincide col giudicare le azioni dai loro effetti e non dai motivi.
In linea di principio sarei d'accordo, ma alla prova dei fatti mi accorgo che non riesco mai ad applicare serenamente tale aurea regoletta. Accidenti.
E scavando esce il perché: funziona solo se come corollario si pensa che il fine giustifica i mezzi. Cosa che non penso, e non riuscirò a pensare mai.
Questo è ciò che mi impedirà, nonostante abbia conosciuto e apprezzato molti radicali - e ne abbia incrociati altri di ammirevole e integrale stronzaggine -, dicevo questo è ciò che mi impedirà di votare per la Bonino. Condivido in pieno la loro battaglia sulle staminali e la procreazione assistita, firmerò per il referendum, ma i compagni di strada che ci si scelgono, anche per brevi tratti, per me contano, oh se contano. Per dire, Bruno Zevi (che pensavo un fazioso finché sentendolo capii che aveva semplicemente ragione, e la sosteneva con forza; un rigoroso, piuttosto) li mollò dopo vent'anni per una di queste leggerezze, quando si allearono "tecnicamente" a Le Pen per la creazione di un gruppo parlamentare europeo.
Sciolto un nodo, ne rimane un altro: all'interno della sinistra, come da secoli ormai, si gioca una partita tra massimalisti e riformisti. Anche qui fanno a gara a chi mi resta più sul piloro, ma prevalgono in questo i secondi. Tra i destri di sinistra foglianti e i sinistri di destra dei fogli arancioni è tutto un volare alto di raffinata élite, con le punte massimo di snobismo nel permettersi le svisate più becere. Du' palle, scusate.
Razionalizziamo, partendo dalla mia posizione di persona molto accomodante ma poco avvezza al compromesso. Molto borghese - temo - e rigido per quanto riguarda me stesso, libertario per gli altri (vedi, per quel che vale, il giochino del Political Compass, dove esco sull'asse Economic Left/Right: -8.25 e sull'asse Libertarian/Authoritarian: -8.46, un piccolo Bakunin).
La questione di fondo è, per me: giocare con le regole dettate dall'avversario, rinunciando alla propria identità pur di vincere, o rischiare di perdere affermando fino in fondo i propri punti fermi, ponendo in subordine le questioni di opportunità politica?
E quando la prima posizione porta comunque a perdere, come si è dimostrato, a che vale mantenerla se non per soddisfare un'indole tafazziana o una semplice vanità di distinzione?
Questa la mia ingenua se non rozza analisi, non richiesta, ma quella che mi porterà più tardi a far certe crocette e non altre sulle schede colorate.
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one two three four five
Il piccolo popolo che si manifesta sui bordi dei fogli durante telefonate, riunioni, attendereprego, e altre occasioni.
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