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giovani tromboni
martedì 12 ottobre 2004


E anche la foto sul documento non mi rassomiglia più
Dato che quando parlo di cose più o meno serie ci sono persone che stimo moltissimo che cominciano a litigare e io mi dispiaccio e piango, passerò a scrivere un post di costume, alla maniera di .

Una volta ogni cinque anni, o poco più spesso, anche tu finisci con l'introdurti in uno di quei cubicoli spesso malconci che servono a sfornare quattro fototessera poco somiglianti da incollare su un documento. Il cubicolo è come il libro dei cambiamenti: grazie a lui apprendi come in un lustro ti sono diminuiti i capelli e ti si è ingrossato il naso. Ma scopri anche come si è evoluto il tessuto sociale: mentre aspetti che le quattro inattendibili effigi vengano espettorate e sottoposte ad adeguata phonatura, hai modo di contemplare il campionario umano raffigurato sulle pareti esterne del cubicolo. E' lì che inaspettatamente scopri che c'è gente disposta usare quello che - diciamolo - è un pisciatoio malamente adattato, per farsi delle foto ricordo invece del consueto diagrammino cartesiano faccioso. Delle foto simpatiche. Per qualche motivo si acconciano tutti come inglesi degli anni '70, riesumati da telefilm sbiaditi in onda su tv private di periferia, e abbracciano la foto di qualche idolo calcistico con le basette probabilmente ormai defunto per cirrosi epatica. Un'umanità misteriosa che deve circolare solo nottetempo, migrando veloce e silenziosa da un cubicolo all'altro.

Quest'anno però la popolazione pseudoalbionica si è evoluta, guadagnandone in mediterraneità e assumendo nuove pose più moderne: un tardone in giubbotto di pelle che con aria guascona impugna una chitarra elettrica (staccata, che è come guardare la tv senza antenna); un sub entrato nel cubicolo con le pinne ai piedi, che si fa immortalare tutto incappucciato di neoprene. Eccetera.

Io non esco mai di lì con delle foto simpatiche: la tensione nell'attesa dello scatto (nondevosbatteregliocchi, nondevosbatteregliocchi) congela quell'abbozzo di sorrisetto falso costato due ore di preparazione nel ghigno pietrificato di chi deve mollare una scorreggia in un luogo pubblico. Per allinearti alla tacca "Altezza degli occhi", che noti solo a countdown avviato perché scritta in marrone scuro su fondo nero dietro al riflesso del vetro, cominci a inclinare lentamente la testa all'indietro, offrendo alfine all'obiettivo un faccione allargato compreso tra quattro capelli semiinvisibili e un paio di spalle sfuggenti. Il colore è sbagliato, o forse tu sei veramente così azzurrino.
Per altri cinque anni cercherai di tener ripiegata quella testimonianza nella carta d'identità, in uno scomparto del portafogli accanto a quello stronzo di diciottenne magro e riccioluto che ancora troneggia sulla patente di guida.
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