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giovani tromboni
è un ossimoro apparente che ho trovato in un vecchio scritto di Italo Calvino,
rimanendone conquistato. Io un po' mi ci riconosco (mi dà il destro
per sentenziare), ciascuno poi ci si specchi
quanto crede.
Grazie a Google, ho poi scoperto che la definizione appariva già in una lettera
di Mario Luzi a Giorgio Caproni. Correva l'anno 1959.
P.S. leggo ora, con colpevole ritardo, che nel 1994 Tommaso Labranca invitava a trasformarsi in Giovani Salmoni (Andy Warhol Era Un Coatto - Castelvecchi),
andando contro la corrente del consenso collettivo. Non c'è un collegamento diretto coi giovani tromboni, ma una bella assonanza certo sì.
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domenica 05 Novembre 2006
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Non rilascio interviste Luca Sofri ha scritto un libro che racconta 2556 canzoni. Dato che tutti (ma proprio tutti) hanno diritto al loro duecentesimo di libro di celebrità, 13 di queste le ha curate il Vs. affez.ntssm. scrivente.
Se volete il brivido completo comprate serenamente il libro; oppure potete andare in libreria e fischiettando sfogliare fino a pagina 235, dove in basso compare il riconoscimento che, opportunamente incorniciato in sfoglia d'oro, ho mostrato trionfante ai miei: "ve lo dicevo che tanti sacrifici per laurearmi sarebbero stati ricompensati".
Ma per gli impazienti e insaziabili topolini in ascolto voglio fare di più: la versione integrale, director's cut, di quanto dopo opportuna revisione contenitiva è stato magicamente tramutato in inchiostro.
Qua.
P.S. leggendo il libro ci si accorge che Luca se la prende abbastanza spesso, fin dall'introduzione, con Nek. Ecco, indovinate qual è l'unico concerto che ho visto quest'estate. Ho una giustificazione, comunque (stavo per scrivere "ho un alibi").
P.P.S. mentre leggevo dove Luca parla di Frank Sinatra e di Bewitched, ho pensato "come scrive bene, mi sembra di sentirla". In effetti sullo stereo stava andando proprio Bewitched, da un disco di Paul Desmond e Jim Hall. Ah, il link su "P.P.S." si riferisce all'altro L.R.D.N.B. (libro Rizzoli di noto blogger) uscito in questi giorni.
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Diaccio marmato Quando feci il militare, mi mandarono a fare il CAR a Macomer. Partii il 24 gennaio 1984, il giorno in cui al SuperBowl presentarono il primo Macintosh (e mi persi il concerto dei Police al Palaeur, la settimana dopo); ci stetti due mesi e mezzo; faceva freschetto, diciamo così. Me lo ricordarono per qualche anno i geloni sul bordo delle orecchie.
Vicino alla caserma c'era un convento di suorine (non so perché si usa spesso questo diminutivo, ma stavolta non è a caso, considerata la statura media delle consorelle), la cui superiora era zia di uno che conoscevo. Così il secondo mese riuscii a disporre di una piccola stanza dove portai la chitarra, i libri dell'università e le cose che non mi fidavo a tenere nell'armadietto in camerata.
Il riscaldamento dell'edificio era tenuto con religiosa parsimonia a un decimo di grado sopra la temperatura di congelamento, per cui studiando appoggiato al termosifone potevo percepire la diluizione omeopatica del ricordo di un lontano calore.
Una sera, mentre lasciavo la ghiacciaia, la suorina che stava in portineria mi vide bardato con sciarpe guanti e cappello, e mi chiese se avevo freddo. Un pochino, in effetti. Lei mi fece cenno di seguirla, aprì un armadietto e ne estrasse una bottiglia di filu ferru, versandomene un bicchierino. Girai il resto della serata con la giaccavento spalancata, ebbe un effetto miracoloso.
Si può dire che vinsi il freddo grazie all'intervento dello spirito sardo.
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Obragrafica:
one two three four five
Il piccolo popolo che si manifesta sui bordi dei fogli durante telefonate, riunioni, attendereprego, e altre occasioni.
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