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giovani tromboni
è un ossimoro apparente che ho trovato in un vecchio scritto di Italo Calvino,
rimanendone conquistato. Io un po' mi ci riconosco (mi dà il destro
per sentenziare), ciascuno poi ci si specchi
quanto crede.
Grazie a Google, ho poi scoperto che la definizione appariva già in una lettera
di Mario Luzi a Giorgio Caproni. Correva l'anno 1959.
P.S. leggo ora, con colpevole ritardo, che nel 1994 Tommaso Labranca invitava a trasformarsi in Giovani Salmoni (Andy Warhol Era Un Coatto - Castelvecchi),
andando contro la corrente del consenso collettivo. Non c'è un collegamento diretto coi giovani tromboni, ma una bella assonanza certo sì.
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mercoledì 18 luglio 2007
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Dell'osservazione degli altri che ballano e della vergogna del proprio lavoro La cosa è cominciata con un invito a parlare ai valdostani del tema "I blog stanno passando di moda" e pure io ormai porto i jeans a vita alta.
Poi c'è stata una telefonata dell'organizzatore di Kinder che mi ha detto "c'è un altro di Roma che viene su col treno, non è che puoi dargli un passaggio?". L'ho chiamato, e l'appiedato mi ha detto "Guarda che sono in macchina anch'io". Così, per coscienza ecologista e per steccare la benzina, abbiamo considerato se fare il viaggio insieme; pausa riflessione, ci siamo sentiti per conferma un paio d'ore dopo. In effetti in lui deve essere scattata la ponderazione del rischio: farsi sette ore e fischia al volante in compagnia del proprio iPod e di Onda Verde, o sedersi accanto a quello che potrebbe essere uno stronzo logorroico dall'alitosi fulminante?
Alla fine si è deciso di andare insieme, e non ho proprio da lamentarmi (ma parlo per me, non so come si sente l'altro, tutto bene Amede'?): inaspettatamente, in seguito alla scoperta di antichi interessi comuni, per gran parte del viaggio si è parlato di come costruire un'improvvisazione nella chitarra jazz. Non oso pensare un terzo passeggero come ne sarebbe uscito.
Tra la quinta e la settima ora abbiamo dato segni di stanchezza, cominciando a condire la conversazione di terrificanti luoghi comuni da autobus molto pieno. Esaurita la politica, le mezze stagioni e il ritmo nel sangue ci siamo messi zitti per un po'.
Siamo arrivati su freschi come rose, io trascinando il mio osceno valigione da aereo, il Roncato modello Kappler, che per vergogna dicevo semivuoto mentre era strapieno di indumenti per tutte le evenienze atmosferiche (un k-way normale, uno imbottito, un giacchetto di cotone, uno cerato, un gilet trapuntato, ecc.), pesantissimo, ho anche rifiutato l'aiuto offertomi per trascinarlo su per le scale. Con una sola mano, sorridendo, salvo che per lo sforzo mi sono partiti da terga un paio di rumori secchi come strappi di carta, da sollevatore di pesi bulgaro, che spero nessuno abbia sentito (o abbia pensato a un bramire di camosci).
Di fronte all'ameno riparo, già casino di caccia di un barone locale, ci attendevano i primi arrivati. Uno, Eio, l'ho riconosciuto perché ne avevo già visto qualche foto. Lui non so come abbia fatto, forse mi ha riconosciuto in quanto anzyano. C'era anche Stark, mentre il Proeta era andato un attimo in bagno ad vrynare. Con loro alcune giovini all'apparenza prive di blog, cosa che inizialmente ha creato qualche imbarazzo.
Eio e Stark erano con le infradito e un asciugamano sulla spalla, e stando su a millessette sul far della sera mi sono sentito come Totò a Milano col colbacco, tanto che le mie prime parole sono state "per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?".
Qua si apre una parentesi sul mito del micropile (pron. micropail). Un amico che ha casa da quelle parti, da me sollecitato, mi ha spiegato che di giorno si sta in maglietta, la sera si mette un micropile. Io manco sapevo cosa fosse questo micropile, dico "ma un pile normale va bene?" e lui "no, è una cosa diversa, ci vuole il micropile se non vuoi farti vedere che sei del sud".
Appena passato il cartello Gressoney, in effetti abbiamo cominciato a vedere della gente per strada, il 90% dei quali con un micropile addosso, la miseriaccia. Così ho spiegato la storia del micropile a tutti i partecipanti che mi presentavano, in modo da non fare delle figure, che poi dicono "ve' là quello come è vestito, senza micropile, si vede che ha un blog, stanno proprio passando di moda". Gli altri ci ridevano, ma poi la notte hanno avuto tutti un freddo becco, così la mattina dopo quando siamo scesi in paese (stavamo a sei chilometri di curve dalla vita, tutti tornanti) c'era il mercato e si sono dati da fare, e insomma dopo l'una ho visto quello che teneva il banco dei micropile che mentre lo smontava piangeva dalla contentezza.
La vita della colonia era da colonia, con tutti gli appuntamenti ad orari prefissati, tipicamente alternati ai due estremi dei sei chilometri di tornanti, ogni tanto passava suor Luca (la superiora) a dare un'occhiata, e se facevamo tardi si arrabbiava.
Quello che accomuna i partecipanti a questo genere di iniziative è che sono tutte persone con molti interessi, o per dirla diversamente che quando gli chiedi del loro lavoro te lo dicono, ma a voce bassa, perché si vergognano un po'. Vale per me, per l'assicuratore, per il commercialista, ed altri e altre ancora che non sto ad elencare; persino l'astrofisico che viaggiava con me ad un certo punto ha confessato che non si riconosce nello stereotipo classico affibbiato alla sua professione, ma non lo dice troppo in giro.
Per il dibattito mi ero preparato una prolusione di due ore scarse in stile Veltroni, avevo pure le slide di powerpoint col mio pantheon (Villaggio, Jannacci, Ponzoni e Pozzetto), poi mi son ritrovato seduto petterra in contropendenza su un infydo prato scosceso, io incapace da sempre di sedermi sui talloni, e in un tripvdyo di scricchiolar di rotule cercavo di puntellarmi con le mani, finché ne ho appoggiata una su un rigogliosissimo cardo selvatico a spine rotanti e in quel mentre ho ricevuto una domanda, alla quale ho risposto teorizzando la prova ontologica della non esistenza dei blog (un omaggio ad Anselmo d'Aosta, uno di quelle parti), alché suor Luca mi ha fulminato con un "famo a capisse" che se di condizione laica sarebbe stato un "non dire stronzate". Ho ripiegato allora su alcune dimostrazioni numeriche dell'irrilevanza dei blog, guadagnandomi la sempiterna inimicizia di buona parte dei presenti (anche se più tardi una commensale di cui non farò il nome che invece scriverò su di un apposito vaglia postale mi ha detto che concordava con me).
Quando più tardi ho fatto la doccia ho capito dalla sensazione di essere un puntaspilli che mi ero ustionato il cranio (avevo tolto il cappello per rispetto dell'inclito pubblico). Mi sono venute in testa sette piaghe, come fossi l'Egitto. Ora entro in ufficio perdendo gigantesche scaglie di pelle stile deriva dei continenti, e tutti pensano ad una forfora radioattiva. Mi è anche caduto il naso, ho fatto la muta completa come un serpente. La protezione 60 l'ho comprata con un giorno di ritardo.
(1 - continua)
(io che son sintetico, e sto ancora al primo giorno, nemmeno tutto)
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Il piccolo popolo che si manifesta sui bordi dei fogli durante telefonate, riunioni, attendereprego, e altre occasioni.
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